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06 dicembre, 2016

Chi esulta e chi no tra i cattolici dopo il referendum
di - formiche


Il referendum ha un grande sconfitto e tanti piccoli vincitori. Da una parte Matteo Renzi, dall’altra quella che lo stesso quasi ex premier con spavalderia ha bollato come “accozzaglia del No”, ossia il variegato fronte antirenziano guidato dai vari Beppe Grillo, Matteo Salvini, Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni, Pierluigi Bersani, Massimo D’Alema.
Se si guarda al mondo cattolico, frastagliato in diversi rivoli davanti a questa sfida referendaria, c’è anche qui uno spartiacque tra vincitori e vinti – seppure più liquido – e c’è chi ha una voglia matta di intestarsi la vittoria del No.

NUOVA LEADERSHIP PER GANDOLFINI?

Ad emergere è la figura di Massimo Gandolfini. Il portavoce del Family Day ha iniziato per primo nell’associazionismo cattolico la battaglia al Governo Renzi proprio sul referendum costituzionale, annunciando sin dal gennaio scorso, in occasione dell’ultimo maxi raduno delle famiglie al Circo Massimo, l’offensiva per bocciare la riforma. “Ma che c’azzecca la riforma Renzi-Boschi con il ddl Cirinnà?” è stato chiesto più volte a Gandolfini in quel “caldo” febbraio 2016, quando il Parlamento ha licenziato in poche settimane il provvedimento sulle unioni civili. “Se queste forzature costituzionali sono avvenute con il bicameralismo perfetto – rispose il neurologo bresciano in un’intervista a Libero -, cosa potrebbe succedere con un Senato di fatto abolito e una Camera espressione di una maggioranza bulgara?”. Insomma, non solo vendetta contro il capo del Governo che ha aperto alle unioni tra omosessuali, ma anche ragioni di merito per votare No al referendum. Da qui si è passati alla nascita del Comitato delle Famiglie per il No, che ha portato Gandolfini a girare mezza Italia per sostenere come la difesa della famiglia e della vita imponesse di bocciare quella riforma. Lungo questo percorso, il leader del Family Day ha incrociato più volte la sua strada con quella di esponenti del centrodestra antirenziano, perlopiù leghisti, ex Ncd e azzurri di Fi, ponendosi come interlocutore del mondo cattolico intransigente sulla difesa dei valori non negoziabili. Nelle iniziative durante la campagna referendario, ha avuto rilievo la manifestazione organizzata da Gandolfini con il Movimento cristiano lavoratori (Mcl) capeggiato da Carlo Costalli (qui l’intervento di Costalli su Formiche.net con le ragioni cattoliche del No alla riforma costituzionale Renzi-Boschi)
Accanto al No espresso da Gandolfini e i suoi, c’è stato anche il No rappresentato dell’altro pezzo di Family Day, ossia dal Popolo della Famiglia di Mario Adinolfi e Gianfranco Amato, pure loro impegnati a piene mani nella campagna referendaria. Tuttavia, nemmeno il comune obiettivo di bocciare la riforma è riuscito a rimettere insieme le due anime del Family Day, litigiosissime (soprattutto sui social) anche negli ultimi giorni di campagna elettorale.

CHI ESULTA PER IL NO

Il fronte del No cattolico che oggi esulta per la vittoria referendaria è specchio dello schieramento antirenziano che ha consentito la bocciatura della riforma. Si va infatti, come già raccontato su Formiche.net, dagli storici animatori dei Comitati Dossetti in difesa della Costituzione, come i cattolici di sinistra Raniero La Valle e Valerio Onida che si sono spesi nel Comitato Cattolici del No, ad ambienti ben più conservatori come Alleanza Cattolica, impegnata in prima linea con l’ex sottosegretario Alfredo Mantovano che ha svolto numerosi incontri in giro per il Paese. Dal Movimento cristiano lavoratori (Mcl) di Carlo Costalli ai cattolici progressisti come l’ex direttore della Caritas bolognese don Giovanni Nicolini e anti-militaristi come padre Alex Zanotelli, fino all’area critica ciellina rappresentata da Giancarlo Cesana (che ha firmato l’appello del settimanale Tempi insieme all’ex direttore Luigi Amicone).

CHI NON ESULTA TROPPO

Sono state poche le organizzazioni cattoliche ad essersi apertamente schierate per il Sì. L’hanno fatto le Acli (Associazioni cristiane dei lavoratori italiani), che hanno rotto l’asse del progressismo cattolico dichiarando apertamente il proprio sostegno alla riforma Renzi-Boschi. Lo hanno fatto pure diversi esponenti del fronte gesuita, da padre Francesco Occhetta con un suo intervento su La Civiltà Cattolica fino alla rivista Aggiornamenti Sociali di padre Bartolomeo Sorge. Lo aveva fatto anche un’associazione di categoria da sempre vicina al mondo cattolico come la Coldiretti, sulla quale Renzi puntava molto considerando la sua capacità di mobilitazione, mentre anche dall’associazione delle coop bianche (Confcooperative) erano arrivati chiari segnali di sostegno al percorso delle riforme.
Non si erano espresse ufficialmente altre organizzazioni molto radicate come Azione Cattolica, Comunione e Liberazione, Focolari e Agesci, che però hanno promosso incontri di approfondimento sulla riforma per favorire una maggiore consapevolezza del voto.

02 dicembre, 2016

Un “No” al referendum, per difendere vita e famiglia
di -


Un “No” al referendum, per difendere vita e famiglia
Posted by Federico Cenci on 25 November, 2016



Ampia è la posta in gioco del referendum del 4 dicembre. L’eventuale approvazione della riforma costituzionale spaventa quella galassia di sigle e associazioni impegnate per la tutela della vita e per il diritto dei figli ad avere una mamma e un papà.
Ne è stata data conferma stamattina, in Senato, durante la conferenza stampa organizzata dall’Associazione ProVita Onlus e dal senatore Lucio Malan (Fi), “per dare un segnale concreto di azione contro l’utero in affitto”. Presenti, oltre al senatore azzurro, anche i suoi colleghi Maria Rizzotti (Fi) e Carlo Giovanardi (Ppi).
Sommessamente Toni Brandi, presidente di ProVita, ha introdotto il dibattito rilevando come il tentativo posto in essere il 4 ottobre, di creare un fronte trasversale contro questa pratica, è fallito. “Solo i senatori dell’opposizione si sono rivelati concretamente disposti ad agire per tutelare i diritti fondamentali delle donne e dei bambini”.
Gli esponenti del centro-sinistra si sono dunque defilati, così l’appello al Governo di rafforzare gli “argini” contro la maternità surrogata rimane appannaggio di una fetta minoritaria del Parlamento italiano. Del resto – ha osservato Giovanardi – “in tutta Europa e in tutto il mondo si leva la condanna dell’ignominia dell’utero in affitto, ma solo a parole”. Ad avviso del senatore, infatti, questa pratica è non solo ipocritamente tollerata, ma persino promossa.
Giovanardi ha dunque denunciato “i miserabili imbrogli del Governo sulle unioni civili”. Egli ha ottenuto un documento che dimostra come l’Esecutivo Renzi si sia costituito parte in causa presso la Corte Costituzionale a favore dell’immediata applicazione, prima ancora dell’approvazione del ddl Cirinnà, della stepchild adoption in Italia.
La dichiarazione di neutralità del Governo rispetto al tema, ostentata durante il dibattito parlamentare sulle unioni civili, si è rivelata quindi “una contraddizione”, ha affermato Giovanardi.
Il quale è dell’avviso che lo stralcio della stepchild adoption sarebbe “uno specchietto per le allodole”. Del resto – ha aggiunto – “la Prima sezione della Cassazione, in sintonia con il Governo, ha già sdoganato le adozione da parte delle coppie gay”. Giovanardi ha poi spiegato che dei decreti legislativi obbligano gli ufficiali di stato civile che stipulano unioni civili ad indossare la fascia tricolore, nonché concedono la possibilità agli italiani residenti all’estero di celebrarle “facendo prevalere il diritto del Paese di residenza”. Ergo, se una coppia di omosessuali si sposa in un Paese che prevede l’adozione, può ottenere questa concessione anche in Italia.
L’utero in affitto è stato dunque legittimato, come ha rilevato anche la senatrice Rizzotti. “Nel momento in cui si permette a una donna di affittare il suo corpo, di vendere il prodotto di un concepimento, allora si potrebbe arrivare anche alla possibilità di vendere sangue, un rene..”, la sua riflessione. Secondo la senatrice, pertanto, “una società veramente civile non può ammettere” che si apra questa voragine di relativismo bioetico.
Di qui le due azioni contro l’utero in affitto illustrate dal suo collega di partito Malan. Anzitutto un’interrogazione al ministro della Giustizia in cui si chiedono provvedimenti “rispetto alle notizie di reato ampiamente documentate” dalla denuncia di ProVita alla Procura della Repubblica di Milano riguardo a un’agenzia straniera venuta in Italia a vendere gameti e a proporre uteri in affitto.
Inoltre Malan ha annunciato la presentazione di un ddl che specifica in modo chiaro il divieto di adozione da parte di coppie omosessuali (anche sotto forma di stepchild adoption), il divieto di iscrizione all’anagrafe di “genitori” dello stesso sesso, l’estensione delle pene già previste dal codice penale per la tratta, la riduzione in schiavitù, lo sfruttamento sessuale di donne e bambini a chi pratica o favorisce l’utero in affitto o il commercio di gameti, infine la perseguibilità di chi abbia compiuto tale pratica all’estero e poi venga a risiedere in Italia.
In conclusione l’appello per il 4 dicembre. I relatori presenti convengono sul fatto che affidare a un Governo come l’attuale una più schiacciante maggioranza (come si profila dal combinato disposto tra riforma costituzionale e legge elettorale italicum) e a una sola Camera il ruolo legislativo, con potere di votare la fiducia, equivale a spianare la strada all’approvazione di misure – ha spiegato Brandi – “contro la famiglia, a favore dell’eutanasia, della cannabis legale, dell’adozione ai gay e sull’omofobia”.
“Non per ragioni politiche ma di coscienza – ha dunque concluso – non possiamo che dire ‘No’ a questa riforma il 4 dicembre”.



23 novembre, 2016

Gender nelle scuole: anche la Germania si ribella
di -


Va ascritto un merito all’ideologia gender, quello di aver ridestato le coscienze di popoli d’ogni latitudine. Dal Messico all’Italia, dalla Colombia alla Francia, imponenti manifestazioni hanno visto sfilare nelle strade gente comune – genitori con figli, giovani e anziani – per opporsi a un’antropologia che minaccia la verità dell’uomo e viola la responsabilità educativa delle famiglie.
La resistenza al gender si registra anche in luoghi dove la mentalità comune è notoriamente più aperta rispetto alle novità. In Germania, ad esempio. Destò scalpore un episodio avvenuto due anni fa, quando a una coppia di genitori fu notificato l’arresto per non aver acconsentito che la figlia partecipasse a corsi di educazione sessuale a scuola. Il carcere fu evitato solo perché la mamma era incinta.
Nella regione dove si registrò il fatto, la Renania Settentrionale-Vestfalia, si ebbero poi dei raduni in solidarietà della famiglia verso cui fu preso il provvedimento. E il tema del gender torna oggi a scuotere le coscienze dei tedeschi.
In Assia, la regione di Francoforte, tre settimane fa oltre 2mila persone hanno dato vita a un corteo per protestare contro “l’indottrinamento” dell’educazione sessuale ai bambini delle scuole primarie.
Ad agosto, infatti, in questo Land situato nel cuore della Germania, è entrato in vigore un nuovo programma di studi che ha lo scopo ufficiale di veicolare presso gli studenti la “accettazione di lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e intersessuali”.
La decisione è stata ratificata da Ralph A. Lorz, ministro della Cultura dell’Assia, nonostante il Consiglio dei genitori avesse manifestato la propria contrarietà a questo piano di studi rifiutando di firmarne il consenso. Obiezioni sono state sollevate anche da Chiesa evangelica e da esponenti cattolici, i quali avevano sottolineato che questi corsi sono indirizzati a bambini che non hanno l’età appropriata per confrontarsi con determinati temi.
Con un certo anticipo, ad inizio settembre, è stata allora organizzata per il 30 ottobre da associazioni familiari una manifestazione a Wiesbaden, capitale dell’Assia, denominata “Demo für alle” (Dimostrazione per tutti).
Circa 2mila i partecipanti. Una cifra che Hedwig von Beverfoerde, portavoce di una delle associazioni organizzatrici, non esita a definire un grande successo. “Abbiamo confutato diffamazioni e calunnie nei nostri confronti, secondo cui vorremmo negare diritti agli omosessuali”, ha detto la portavoce.
Che ha dunque aggiunto che questo piano di studi non punta a promuovere rispetto, bensì a “indottrinare e costringere bambini dai sei ai dieci anni ad affrontare argomenti che violano il loro pudore”.
Mons. Heinz Josef Algermissen, vescovo di Fulda, ha inviato un saluto ai manifestanti, ringraziandoli in quanto “consapevoli della vostra responsabilità di cristiani”.
Il curriculum prevede che nella fascia d’età dai sei ai dieci anni vengano illustrate “diverse situazioni familiari”, comprendenti genitori single, famiglie affidatarie e coppie dello stesso sesso. Per bambini dai dieci ai dodici anni, previsto un corso relativo a “diversi orientamenti sessuali e identità di genere”. Secondo i detrattori, l’obiettivo è promuovere una “autodeterminazione sessuale di bambini e giovani”.
In passato proteste analoghe anche ad Amburgo, nonché in Sassonia, in Vestfalia e in Baviera. Significativo quanto avvenuto in Baden-Wuttemberg, dove a seguito dell’introduzione di un piano di studi all’insegna del gender nel 2013, oltre 200mila persone avevano firmato una petizione di protesta all’indirizzo del Land. Il Governo aveva così deciso di modificare il progetto venendo incontro alle preoccupazioni evidenziate dai genitori. Segno del fatto che il ridestarsi delle coscienze non è vano.


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